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Niente di nuovo sul fronte della Bosnia nord-occidentale
21
Feb
2024

Niente di nuovo sul fronte della Bosnia nord-occidentale

Ciao, sono Federica, e ormai da più di sette mesi lavoro come volontaria di Servizio Civile nei Social Cafè che IPSIA gestisce nei campi di transito e accoglienza di Borići e Lipa, a Bihać, in Bosnia Erzegovina. Da quando ho iniziato quest’esperienza a fine giugno 2023, ho visto entrare nei nostri spazi migliaia di persone diverse, provenienti da diverse parti del mondo, ognuno di loro con una propria storia e le proprie speranze per il futuro. Migliaia di racconti diversi, che però sono in fondo racconti comuni a tutti quelli che negli ultimi anni, hanno attraversato la Rotta Balcanica per fuggire da guerre, dittature e povertà in cerca di una vita migliore in Europa.

Da quando abbiamo cominciato a lavorare nei campi, il numero di persone che durante il giorno vengono a bere un the o un caffè e a passare un po’ di tempo nel nostro Social Cafè è cresciuto di molto. Secondo OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) a fine gennaio i campi in cui operiamo ospitavano un totale di 1.854 persone in movimento, su un totale di 2.092 posti disponibili. Un aumento vertiginoso rispetto al nostro arrivo qui, quando OIM registrava un totale di 219 persone ospitate nei due campi (giugno 2023).

A determinare questo aumento hanno contribuito diversi fattori. Il primo è stato senza dubbio un cambio nelle politiche di confine della Croazia, che a partire dalla fine dell’estate ha ripreso ad esercitare i violenti pushback che hanno caratterizzato la sua strategia di difesa delle frontiere almeno fino all’ingresso del Paese nell’area Schengen, a inizio 2023. Per anni, infatti, numerosi attori della società civile hanno denunciato le violenze fisiche e psicologiche inflitte dalla polizia croata contro i migranti intercettati lungo i confini, che oltre ad essere respinti verso la Bosnia o la Serbia senza nemmeno la possibilità di manifestare l’intenzione di chiedere asilo (come previsto dal diritto internazionale), si ritrovavano ad essere vittime di botte, aggressioni da parte di cani, sequestro di cellulari, soldi e vestiti che magari venivano bruciati davanti ai loro occhi, e tutta una serie di altri abusi che non si può elencare senza rabbrividire. Se nella prima parte del 2023 queste violenze erano diminuite - permettendo alle persone in transito di proseguire il loro viaggio verso le prescelte destinazioni europee più facilmente - durante l’estate dato il massiccio passaggio di migranti in transito nella zona di Karlovac, ci sono state numerose proteste da parte dei cittadini della zona, spingendo il governo a riprendere misure drastiche.

A ciò si è aggiunta la reintroduzione temporanea da parte della Slovenia dei controlli alla frontiera con Croazia e Ungheria, così come dell’Italia con la Slovenia, generando maggiore difficoltà per i migranti a proseguire il loro viaggio, rimanendo così bloccati alle porte della “fortezza Europa” tra Bosnia Erzegovina e Serbia. In quest’ultimo paese, negli ultimi mesi si è registrato un aumento della violenza interna nei confronti dei migranti. In Serbia diverse organizzazioni hanno denunciato condizioni di vita dei campi pessime, retate e sgomberi violenti negli squat, soprattutto a tarda notte, e prelievi e controlli intorno alle stazioni di servizio durante il giorno, detenzioni forzate e deportazioni di massa verso il sud del paese, al confine con la Repubblica di Macedonia del Nord e il Montenegro. Queste violenze e limitazioni della libertà di movimento nel Paese hanno spinto molte persone in movimento a cercare vie alternative per entrare nell’UE, in particolare attraverso la Bosnia ed Erzegovina. Questo è avvenuto soprattutto nel caso dei Siriani, che, se fino a qualche mese fa preferivano transitare attraverso la Serbia verso Croazia e Ungheria, sono ora la prima nazionalità fra i beneficiari dei centri di transito e accoglienza bosniaci.

È così che ancora una volta molti uomini, famiglie e minori in transito verso l’UE si sono ritrovati bloccati nei campi dell’area di Bihać, rallentati nel proseguire a causa delle violenze delle polizie europee, ritrovandosi in campi e container sovraffollati, bloccati nel freddo inverno balcanico, spesso senza un abbigliamento adeguato.

In tale contesto, il caffè e il the caldi offerti nei nostri spazi, oltre che un momento di condivisione e socializzazione, hanno rappresentato per i beneficiari dei campi anche un modo per riscaldarsi un po’ e provare conforto. Abituate a vedere i campi semivuoti durante l’estate e le persone permanere all’interno di essi per pochi giorni, giusto il tempo di riposarsi un po’ prima di proseguire il viaggio verso l’UE, per noi volontarie questo sovraffollamento dei campi e le testimonianze delle violenze subite al confine hanno rappresentato uno shock non indifferente, ma di certo non una sorpresa. Infatti, chiunque abbia seguito le vicende della Balkan Route negli ultimi anni sa benissimo che queste sono tutt’altro che novità. Condizioni di accoglienza non sempre ottimali, violenze lungo i confini e la frustrazione di non poter rivendicare il naturale diritto ad una vita sicura e dignitosa solo perché si è nati nella parte di mondo sbagliata: sono questi gli elementi che in larga parte caratterizzano le storie delle persone che negli ultimi anni hanno transitato lungo la Rotta Balcanica in cerca di una vita migliore in Europa. Storie tutte diverse tra loro, ma in fondo tutte uguali.

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