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Ucraina e Russia: un rischioso gioco a somma zero
23
Feb
2022

Ucraina e Russia: un rischioso gioco a somma zero

Il discorso revanscista di Putin del 21 febbraio con il quale ha annunciato l'invasione dell'Ucraina è stato chiaro: dove c'è una minoranza russa li è Russia. L'Ucraina è Russia.
A leggere a ritroso le sequenze di eventi di questi mesi, compresi i continui umilianti pellegrinaggi occidentali a Mosca, sembra la medesima logica applicata da Hitler con i Sudeti nel '38.

Solo chi credeva nella favola dell'"amico" Putin è rimasto sorpreso. Un precedente, un atto che rischia di innescare altri conflitti ad est, simile al pronunciamento del boss Milosević con le soldataglie rosso brune serbe all'inizio delle guerre jugoslave negli anni '90. Del resto la forma mentis è uguale.

Non è un caso che nel 2015 la Russia mise il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU di riconoscimento del genocidio di Srebrenica e ha sempre ricevuto sostegno dai movimenti nazionalisti negazionisti serbi. Esiste infatti una narrazione delirante secondo cui i fatti di Srebrenica (e le guerre jugoslave in generale) iniziate nel 1991 farebbero parte di una più ampia guerra e complotto dell’occidente atlantista contro l’oriente russo-slavo, guerra che starebbe continuando in Ucraina senza soluzione di continuità 30 anni dopo. Del resto il complesso persecutorio paranoide è elemento costituivo da sempre dei regimi dittatoriali.

E alla fine è avvenuto esattamente quello che si temeva e si intuiva da mesi: annessione di fatto delle province russofone ucraine alla Russia, per poi trattare da una posizione di forza. Un classico della politica e delle relazioni internazionali.
L'avevano capito tutti, tranne i nostri pavidi attendismi pseudopacifisti, pensando che un autocrate da 23 anni al potere assoluto, uso ad eliminare oppositori e giornalisti scomodi, si sarebbe potuto convincere con parole di circostanza diplomatica e reagire come un politico occidentale.

Va detto anche che a suo tempo quando l'Unione Sovietica nel 1956 e nel 1968, invase l'Ungheria e la Cecoslovacchia, vi furono reazioni durissime da parte occidentale, ma di fatto si fece poco o nulla, in quanto tutto trovava giustificazione nel rispetto delle rispettive sfere di influenza tra Usa e Urss.

Quindi nulla esclude che al di là delle mosse e contromosse (pericolose) dei due contendenti, si stia ragionando su una possibile exit strategy o su accettazione di uno status quo dato dagli equilibri che si determineranno sul campo nelle prossime settimane, un gioco a somma zero.

E' un dato politico però che negli ultimi anni, come scrive Matteo Tacconi, nelle nazioni che costituivano l'Urss, "ogni processo democratico di rinnovamento, ogni ricerca di un proprio futuro, è stato bloccato sul nascere. Movimenti sicuramenti limitati, ma spinti comunque dal tentativo di tracciare una propria strada in Ucraina, in Georgia, in Bielorussia, in Armenia. Tutti processi interrotti soprattutto per la repressione dei regimi o l'intervento russo. È una posizione legittima, di interesse geopolitico quella di Mosca ma certo contraria ai processi democratici".

Lo aveva ben capito il compianto Presidente del Parlamento UE David Sassoli, che infatti era finito sulla black list degli ospiti non graditi a Mosca, mentre è incredibile che movimenti e partiti sempre pronti a riempirsi la bocca dell'autodeterminazione dei popoli, non colgano questi aspetti, tenendosi spesso in imbarazzante silenzio, portatori di un odio di se anti occidentale, da non vedere la trave nei nostri occhi rappresentata dai rischi dell'espansione di regimi autoritari e liberticidi.

Molti leggono l'atteggiamento di Putin come la richiesta della Russia gigante socialmente ed economicamente malato, di essere presa sul serio nel suo ruolo di "potenza mondiale" che teme di essere "accerchiata", una "sindrome" più immaginaria che reale, ma che comunque potrebbe essere superato da un nuovo patto per la sicurezza in Europa sul modello di Helsinki '75.

Peraltro mi permetto di far notare a chi sostiene che la Russia si sente minacciata dalla Ucraina, che Mosca ha da sempre due sbocchi diretti sul Baltico europeo da San Pietroburgo e da Kaliningrad (l'ex Konisberg prussiana) vero prorpio cuneo russo tra Polonia e Lituania a 400 km in linea d'aria da Berlino.

Quindi questa disponibilità diplomatica deve viaggiare di pari passo con la consapevolezza che se Putin volesse ricostruire la potenza sovietica (che di sovietico sia ben chiaro avrebbe solo il nome per i nostalgici) bisognerebbe tenere il punto al limite tornando alla cortina di ferro e a quella protezione atlantica più cogente che ha garantito la sicurezza in Europa dal 1949, alla faccia degli analisti e politici che per anni ci hanno ammorbato sull'inutilità e il superamento della Nato e delle alleanze militari.
Anche perché le sanzioni economiche per essere efficaci dovrebbero essere dure e continuative l'esatto contrario di quel che l'occidente è stato mai in grado di fare.

Piero Fassino, Presidente della Commissione esteri del Camera, ha dichiarato che vi sono valori e questioni di libertà che non si possono barattare con il gas. Me lo auguro per l'Italia e per l'Europa, senza una reale politica estera unitaria e con un sistema di difesa dipendente dagli USA, che si abbia almeno il coraggio di mantere in queste settimane e mesi una posizione politica di fermezza, sapendo che è sicuramente più facile per Biden che per i governi europei, ma se ci si crede fino in fondo e non sono solo un abbellimento ideologico che copre altri interessi, le democrazie vanno difese fino in fondo di fronte alla sfide dell'autoritarismo che, non da oggi, arrivano dall'est.

Mauro Montalbetti - presidente IPSIA

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