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Un mese in Senegal. Il racconto della fotografa Giulia Tabacco
29
Lug
2015

Un mese in Senegal. Il racconto della fotografa Giulia Tabacco

Condividiamo un articolo di Giulia Tabacco, fotografa, che è stata per un mese ospite di Sunugal in Senegal, incrociando anche alcune delle attività del progetto "Alimentare lo sviluppo". Uno sguardo narrativo sui luoghi in cui anche IPSIA opera, che accompagna le bellissime fotografie che nelle ultime settimane avete visto sulle pagine facebook di Ipsia e del progetto Alimentare lo sviluppo.

 

Keur Diade è l’ultimo villaggio della giornata.

Quando arriviamo sono quasi le sei, una fila di nuvole scolora le facce e i boubou, le tuniche degli uomini.

La piazza è silenziosa. In cerchio, di fronte a una casa scrostata come il cielo, ci sono stuoie ocra e rosso e una fila di sedie di plastica. Gli anziani ci stanno aspettando. Salutiamo, stringiamo mani, ci sediamo. Le gambe di plastica affondano nella sabbia.

Dei discorsi capisco i saluti, i nomi e qualche parola: pozzo, acqua, magazzino. D’altronde, si fa l’abitudine a non capire: e ad ascoltare, semmai, guardando le rughe attorno agli occhi, le mani che si aprono e si chiudono, i colori dei panni stesi ad asciugare.

Quando ci alziamo per andare al pozzo il silenzio scappa via, all’improvviso ci sono ragazzi e bambini, ragazzi e bambini da tutte le parti, da dove sono sbucati, tanto veloci che non li ho visti uscire dalle porte, dai cortili, da dietro gli alberi? Eppure è sempre così: un attimo prima non ci sono e poi eccoli, 10, 20, 30 che saltano, ridono, corrono, si rincorrono, chiamano.

Siamo tutti intorno al pozzo: è fermo da anni, da quando la pompa si è guastata ed è stata eliminata. Questo, ripetono tutti, è il nostro problema principale. L’acqua. Abbiamo bisogno dell’acqua.

Dopo un po’ lascio gli altri a guardare, annotare, prendere misure, discutere. Torno nella piazza, le sedie e le stuoie sono sempre lì ma ora le donne e qualche ragazzina hanno preso i nostri posti: chiacchierano, affettano le patate, sono piene di colori. I ragazzi, con immancabili magliette di squadre di calcio, si fanno sotto: la prima volta, ma anche la seconda, la terza e la quarta, a trovarmi circondata di occhi e mani e “ci fai una foto?” mi sono chiesta: adesso cosa faccio? Poi li ho guardati e ho pensato: farò quello che fanno loro. Sorrido e cerco di parlare.

Appena fuori dal villaggio dei dromedari ruminano attaccati agli alberi, allungando i colli verso le foglie più alte convinti di essere un po’ giraffe. C’è silenzio mentre mi avvicino, ma è un silenzio finto: i bambini sono alle mie spalle, 10, 20, 30, aspettano che abbia finito di fare quello che fanno i bianchi, scattare foto di animali, per dedicarmi a qualcosa di più interessante: rispondere alle loro domande e inquadrarli mentre si mettono in posa. Farli stare fermi è impossibile: le immagini saranno piene di salti e pezzi di mani, di piedi e di treccine che si infilano nell’inquadratura. Ma va bene, in fondo questo viaggio è stato proprio così.

Si sta facendo tardi, gli altri hanno finito, mi chiamano, è tempo di andare. La giornata è stata lunga. Lunga e corta allo stesso tempo, come sono le giornate qui.

Salutiamo, saliamo in macchina – alcuni dentro, altri fuori –, partiamo.

Il sole sta calando, il tramonto è stinto e la macchina sculetta sulla sabbia. Poi si infila tra due baobab; ce ne sono tanti, con le loro forme bizzarre e puntute, da soli o in gruppo; uno si allunga come un portiere che cerca di parare un rigore. Spegniamo il motore e stiamo a guardare, mentre i richiami di uccelli che non si fanno vedere accompagnano le prime stelle della sera.

È l’8 aprile. È la prima volta che sono in Senegal.

 

Sono partita per il Senegal con occhi aperti e curiosità, sono tornata con uno zaino pieno di racconti, esperienze, sorrisi e doni.

A Milano, negli incontri che hanno preceduto la partenza, Sunugal mi ha proposto un viaggio di osservazione. Questo primo contatto sarebbe stato, cioè, all’insegna non del fare né di un andare di ostello in ostello bensì dell’osservare: l’idea mi è piaciuta, e ancora di più quando mi sono trovata nella realtà del Paese. Ho una buona esperienza in materia di viaggi, ma si è trattato della mia – quasi – prima volta in Africa e in un contesto molto differente rispetto a quelli nei quali sono solita muovermi: mi sono sentita da un lato protetta e accolta e dall’altro libera di muovermi.

Inoltre, osservare un luogo in compagnia di chi ci è nato e ci vive, di chi ha scelto di viverci e di lavorarci, di chi ha scelto di non viverci ma ci torna con idee e progetti mi ha permesso di guardare attraverso molti occhi e da molteplici punti di vista.

Nel mio mese di permanenza non ho visto molti luoghi in termini quantitativi (…per quello c’è tempo), ma la disponibilità e la pazienza che mi hanno dedicato le persone spiegandomi, rispondendo alle mie domande – a tratti banali, forse anche inopportune –, traducendomi, accompagnandomi, aprendomi le porte delle case così come delle loro abitudini sono state preziose.

Potrei definire le chiacchierate accompagnate da fattaia e caffè, le camminate tra i campi di cipolle e pomodori, gli spostamenti con vari mezzi di trasporto, i tempi dilatati del villaggio, le fotografie scattate in mezzo a sabbia e ragazzini, la confusione e i cambi di programma, le domande che ho fatto e quelle che mi sono state fatte, i ritardi e le lunghe attese come una sorta di continua immersione nella vita senegalese.

Un’immersione a tratti inconsapevole, che sta affiorando poco a poco adesso che sono tornata.

Un’immersione divertente: sia perché ci sono stati momenti di riso e di complicità, sia perché mi sono divertita a curiosare in giro la vita della gente. Senza la pretesa di aver compreso in pochi giorni i meccanismi che regolano la società, né la cultura senegalesi nelle loro molte sfumature: per questo ci vuole ben altro che un mese!

Mi è piaciuto vedere i progetti di Sunugal ed entrare in contatto con differenti competenze. Si è trattato di assaggi poliedrici, se vogliamo pure disparati, ma che ho via via immagazzinato nel mio bagaglio di esperienze: i tour per i mercati per acquistare tessuti per Gis Gis, l’intervento per rimettere in sesto il pozzo di Ndiaye Thioro, la preparazione delle missioni negli aspetti più concreti (la spesa, la macchina...), hanno contribuito a darmi la misura del modo di lavorare e di progettare dell’Associazione.

Ci sono state, certo, difficoltà di comprensione, per non dire delle lacune in materia di comunicazione, ad ogni modo penso che alcune siano andate stemperandosi con il passare dei giorni, mano a mano che acquistavo familiarità con l’ambiente. Comunque, osservare è stato utile anche senza capire: ci sono informazioni che passano al di là della lingua, quali quelle legate al modo di interagire e di relazionarsi. Si impara anche senza partecipare attivamente ma lasciandosi, per così dire, assorbire: dal modo di parlare, di salutare, di proporre e proporsi. Per un mese ho ascoltato con gli occhi e con la pelle più che con le orecchie. E, senza negare i problemi e le consistenti difficoltà del Senegal, quello che ho visto mi ha fatto tornare a casa contenta. Più ricca e più chiacchierona.

 

Giulia Tabacco

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