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ROTTA BALCANICA 2.0
24
Apr
2018

ROTTA BALCANICA 2.0

Gli avvenimenti delle ultime settimane hanno provocato una nuova ondata migratoria che si è riversata sulla Rotta Balcanica, coinvolgendo anche la Bosnia Erzegovina. Greta e Giovanna, le nostre due volontarie dei Corpi Civili di Pace, a Bihac da quasi un anno, con il progetto di Caritas Italiana"Corpi Civili di Pace per la riconciliazione in Bosnia e Erzegovina"di cui IPSIA è partner, ci offrono un interessante approfondimento.

Buona lettura!

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A cura di Giovanna Bizzarro e Greta Mangiagalli

 

ROTTA BALCANICA 2.0: LA BOSNIA HERZEGOVINA SARÀ LA NUOVA PORTA VERSO L’UE?

Bihać, 22 Aprile 2018 – Giornate di scompiglio in Bosnia Herzegovina a causa dell’improvvisa ondata migratoria che ha colpito la nazione,  particolarmente la capitale e le regioni del nord-ovest del paese - zone di confine con la Croazia e dunque porte d’accesso verso l’Unione Europea. Il transito attraverso la rotta  balcanica, che per poco pareva  essersi arrestato  sulle coste turche e  greche a seguito degli accordi siglati tra UE e Turchia nel Marzo del 2016, ha ripreso in sordina il suo corso dapprima nelle zone di confine serbo-croato e serbo-ungherese per poi spingersi alla Bosnia e permettere ai migranti di tentare la traversata per i monti della Pljieševica.

Dalla sentenza del 17 aprile 2017 da parte della Corte suprema di Atene di annullare la decisione del governo di imporre limitazioni geografiche ai richiedenti asilo arrivati sulle coste greche, il fiume di “dreamers europei” ha riacquistato linfa e ripreso il cammino.  Il percorso da allora, tuttavia, è stato tutt’altro che scevro da ostacoli- dai continui violenti respingimenti lungo i confini croati in Serbia, dove i profughi restano bloccati senza ricevere alcun documento e dunque la possibilità di essere riconosciuti quali aventi diritto a cure e tutele da parte delle autorità, alla finta lista d’attesa per entrare in Ungheria, nata dopo la costruzione dei muri al confine e che almeno per un po’ è riuscita a tenere calmi i rifugiati regalando loro l’illusione di poter proseguire legalmente il loro viaggio della speranza.

E forse proprio la prolungata situazione di stallo in Serbia e l’incapacità o la mancanza di volontà di decisioni politiche di lungo termine  a livello europeo ad aver spinto i richiedenti asilo a varcare i confini bosniaci, un territorio fino a pochi mesi fa scarsamente toccato dal fenomeno migratorio che ha investito le coste mediterranee e europee. La sosta è solo temporanea, l’obiettivo è l’Unione Europea e una agognata stabilità che stenta a concretizzarsi.

Dai dati denunciati dalle autorità bosniache, nei soli primi tre mesi del 2018, sarebbero entrati nel paese 1.036 migranti, ma il numero reale sarebbe decisamente più elevato a causa della difficoltà di reperire dati su tutte le entrate non legalmente registrate. Di questi,  il numero ufficiale di coloro accalcatisi nella zona della Krajina, nel nord del paese e al confine con la Croazia, supera i 574 tra uomini, donne e bambini e secondo gli ultimi aggiornamenti ed è in continua crescita. La situazione, di per sé non ancora ai livelli di un’emergenza umanitaria, potrebbe presto sfuggire di mano a causa di una serie di fattori concatenati.

E’, innanzitutto, fortemente visibile  la situazione di stallo e completa impreparazione da parte delle autorità bosniache, così come la scarsa volontà da parte dell’amministrazione centrale della Federazione di Bosnia e Herzegovina  di affrontare con misure concrete l’arrivo di numeri crescenti di persone nella regione della Krajina. Proprio il Sindaco di Bihać,  Šuhreta Fazilić  ha recentemente condannato pubblicamente il disinteresse dei Ministri della Federazione che, mancati alla partecipazione di un  incontro di gabinetto organizzato dalla municipalità di Bihac, hanno reso impossibile la programmazione e l’attuazione di misure volte a garantire un supporto logistico concreto ai rifugiati. Si tratta di necessità di base e contingenti, come cibo, vestiti e cure mediche ma anche di provvedimenti di lungo termine come l’installazione di spazi necessari per il pernottamento e la presa in carico di persone con difficoltà fisiche e motorie . Ovviamente le condizioni sia fisiche che psicologiche dei migranti peggiorano velocemente ed i rischi di scontri e tafferugli con la comunità locale aumentano. La situazione di precarietà e l’assenza di strutture fa sì che i migranti si accalchino all’addiaccio in strade e parchi durante le ore notturne e girovaghino per le strade del centro in  cerca di aiuti e riparo durante le calde giornate.  Alcuni di loro riescono a recuperare soldi per il pernottamento in  ostelli o sistemazioni private ma  l'accesso viene loro negato per la mancanza dei necessari documenti identificativi.

I cittadini aiutano tramite la Croce Rossa e piccole ONG locali  come "Solidarnost" e “Horizont",  tuttavia le poche risorse a disposizione e la suddetta mancanza di strutture per la distribuzione del cibo e di beni di prima necessità rende la situazione odierna confusa e precaria. La municipalità e le organizzazioni coinvolte stanno cercando di stabilire nel minor tempo possibile un piano d’azione efficace e più coordinato, anche e soprattutto in vista  di un prevedibile aumento degli  arrivi durante la stagione estiva.

Proprio la bella stagione, d’altronde, potrebbe ulteriormente aggravare la situazione. La Bosnia e la regione della Krajina in maniera particolare, sono soggette ad un intenso fenomeno turistico proveniente dalle regioni arabe durante il periodo estivo. La nazione, a maggioranza musulmana, rappresenta una porta di mezzo tra le bellezze europee e il rispetto per i culti d’oriente ed è dunque una meta privilegiata  per i cittadini arabi. I richiedenti asilo, dunque, confusi e spaventati circa le possibili conseguenze di una loro identificazione, sfuggono ai controlli militari o civili spacciandosi per turisti e rendendo, di fatto, ancora più difficile una stima esatta dell’entità del fenomeno migratorio.

Una stima quanto più esatta possibile del numero di persone da aiutare non scaturisce semplicemente da motivi di tipo statistico ma a fronte della necessità di avvisare tutti coloro che intendono valicare i confini con la Croazia dei pericoli legati all’attraversamento di zone minate risalenti al periodo della guerra. La creazione e diffusione  di materiale informativo può avere efficacia solo se andrà a coprire la grande maggioranza degli attuali rifugiati in attesa di accedere in EU. La distribuzione di cibo e vestiario in specifici punti di ritrovo comincerà a breve, questo Mercoledì molto probabilmente, e servirà a garantire l’assembramento in punti strategici per favorire il conteggio dei migranti e la pianificazione delle misure di intervento.

Tali operazioni si svolgeranno anche tramite l’aiuto di volontari locali. Infatti,  seppur visibilmente  impreparati all’emergenza, la reazione dei cittadini della regione è stata  fin da subito particolarmente solidale e comprensiva: i ricordi della guerra, dell’esilio forzato dalla propria terra, la precarietà di diritti e beni primari fino ad allora dati per scontati non possono essere dimenticati tanto in fretta, e la necessità di risparmiare “all’altro” le stesse privazioni che hanno accomunato la gran parte della popolazione locale solo pochi anni prima, si manifesta con una forte volontà di partecipazione.   Purtroppo, la volontà da sola, specialmente in contesti di emergenza, rappresenta un elemento non risolutivo e una più adeguata coordinazione da parte degli organi istituzionali e delle maggiori organizzazioni umanitarie attive nell’ambito della tutela e salvaguardia di rifugiati e richiedenti asilo dovrebbe rappresentare il punto focale del dibattito odierno, solo a seguito del quale potrebbe emergere una efficace rete di piccole associazioni su base volontaria.

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